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«Il Colpo,» un racconto di Isidora Tesic, edito da Interlitq

Il Colpo

un racconto di Isidora Tesic

27/04/2022

 

Quella strada è senza direzioni. Il paesaggio ha qualcosa di malarico, l’aria è rugginosa, la vita acida. L’uomo si trova lì da qualche tempo. Quota cinquantatré anni, portati per dovere. La strada si dilegua dopo alcuni chilometri in direzione nord-est. Tutto attorno c’è solamente argilla grigia, granulosa. L’uomo ha montato una tenda sul ciglio della strada.

Il sole rotea, le notti si riversano contuse e violacee. Lì il buio appare spesso illuminato da chiarori abbacinanti. La distesa allora si incendia come per un fuoco pallido, biancastro. L’argilla s’increspa, si deforma. Dal suo torbido sembra che sorgano infinite trascurabili creature, che scivolano lungo la superficie. Si allontanano sempre dalla luce. L’uomo è intimamente uguale a una di quelle creature. Nudo, molle e pauroso. Ma non si muove mai.

Da qualche parte ha una famiglia. Nella distanza sono anonimi, corpi un tempo amati e ora soltanto alieni. Se hanno ancora una vita è una vita ologrammata, facilmente replicabile, facile e basta. L’uomo li ama e ne ha paura in egual misura. Gli sopravvivranno, forse di molto.

Di giorno sta seduto accanto alla tenda e guarda fisso l’orizzonte. Se i giorni passano, si sciolgono lungo le verticali del suo organismo. Continuano a rimanergli attaccati come trasparenti sanguisughe.

L’uomo ha un fucile da caccia che apparteneva a suo padre. Arrugginito, scarico. Forse ci sono delle cartucce da qualche parte nella tenda. Sta appoggiato ai suoi piedi. Lui non lo guarda mai. L’ha portato just in case ma il caso non è ancora arrivato. L’orizzonte rimane morbido, senza pericoli. Talvolta, all’ora della posta, si sente un colpo in distanza. Ogni tanto compare anche una fioritura rossa in cielo, un bocciolo sanguiniforme pieno di presagi. Lui osserva dalla sua sedia da campo, con il fucile ai suoi piedi e aspetta.

Suo padre era un uomo tranquillo e rovinato. Guardava con disamore alle cose vive, belle e selvatiche. Da piccolo l’uomo lo accompagnava. Entravano nell’alba, in silenzio, scrutando il sottobosco senza fretta. Se una beccaccia si alzava in volo, il padre prendeva la mira quietamente e il colpo partiva quasi sempre. La preda finiva in un istante al di là della canna del fucile. Non vedevano mai l’agonia ma la migrazione era rapida ed efficace. Il cane riportava sempre indietro una regina già morta, molle.

Nelle terminazioni nervose rimaneva certamente uno stupore terrificato, lo spettro volubile della salvezza. Ma la carne, come tutte le carni, non tratteneva il dolore né l’istinto. Restava svuotata e pietosa, rassegnata alla ciclicità dell’esistenza.

Il padre si sistemava il fucile sulla schiena. Il male, la violenza e il sangue rimanevano fluttuanti ad angosciare tutte le creature. Li seguivano fuori dal bosco, fino alla porta di casa e poi dentro.

L’uomo presagiva che tutta la sostanza del mondo si potesse sempre disgregare così. Che sotto la superficie apparente si potesse sfaldare in miseria e perdizione con o senza interventi. Semplicemente seguendo un istinto originario e insondabile di estinzione.

Qualche volta, e sempre più spesso con il passare anni, l’uomo aveva sentito un periodico disfarsi, pericolosamente simile a una tarlatura interiore, rimanendo in apparenza sanissimo, fortunato e senza pietà per se stesso.

Il corpo si era pian piano plastificato, assumendo tutte le posizioni convenienti per un essere umano adulto, soddisfatto della propria esistenza.

Ma la pelle era rimasta tesa su intercapedini, permeabile e sensibile agli eventi che gli piombavano addosso, imboccando il quid spellato, infetto e devastante, il dolore di essere vivo.

Dentro di lui queste piccole, vertiginose gole si schiudevano, via via più insaziabili. L’uomo ci sprofondava, sgretolandosi, incapace di aggrapparsi alle fenditure, di rallentare in qualche modo la sua corsa verso il fondo. Dall’interno-corpo vedeva la sua vita scivolargli di dosso a tradimento, fluttuando verso l’alto, cerulea, disincantata, sfilandosi dal suo controllo e mostrandosi, infine, per quello che veramente era: melliflua e senza promesse. Quanto credeva di essere riuscito a ottenere rimaneva a galleggiare accanto al corpo, fuori dalla sua portata, inservibile e incapace di proteggerlo, mentre tutti gli abitanti secondari della sua vita, pieni di aspettative e affamati, rimanevano a volteggiare come imperturbabili uccelli di rapina. Da sotto la fodera della carne, solo l’orribile, finale scoperta che nulla sarebbe mai stato sufficiente.

Dall’orizzonte arriva una luce grinzosa. Ogni tanto sussulta. L’uomo continua a guardare verso quella luce. È tenera, brillante. L’orizzonte va a fuoco in modo morbido, rassicurante. Sospira. Ora che è lì, non ha più alcun motivo di allarme. Non sente più frulli d’ala sopra la testa. In qualche modo un altro giorno sta per terminare. In lontananza sembra che riecheggi l’ultimo colpo, forse si sente un brusio. L’uomo socchiude gli occhi e rimane ad attendere.

****

La famiglia gli sta accanto. Il venerdì è giorno di visita. Lo sfiorano, mormorano qualcosa, ma senza particolari speranze. L’uomo è sospeso al di là della canna del fucile da quando era a quota cinquantuno. Se solo quel giorno avesse preso meglio la mira.

 

Biografia

Isidora Tesic nasce a Brescia nel 1996. I suoi racconti e poesie sono stati pubblicati su varie riviste, tra cui Nazione Indiana, Il primo amore e Nuovi Argomenti. Dal 2015 collabora con Q Code Magazine.